Verdena @ Barbara Discolab 06/03/15

di Barbara Oliveri

Catania. Unica data in Sicilia e Calabria per presentare Endkadenz Vol. 1, i Verdena tornano dopo quattro anni di attesa con un live incandescente al Barbara Discolab. Leggi com'è andata


Sei marzo duemilaquindici, fuori piove. L'ombrello ce l'hanno tre persone su dieci, e la statistica dice che ci bagneremo tutti prima di entrare, aspettando “l'apertura dei cancelli”. C'è chi è arrivato da Messina, chi da Caltanissetta, chi dalla spiaggia (con un sorriso), chi da un Grattacielo e pensa che vedrà una Nuova Luce. E poi Meduse e Tappeti, birre già calde, fiato alcolico, capelli umidicci.

Primo gruppo europeo sotto contratto per la Sub Pop (Nirvana, Mudhoney, mica noccioline), i Jennifer Gentle sono l'acid pop italiano che ci piace e che ha aperto il concerto dei Verdena al Barbara Discolab. Sono in cinque, Marco Fasolo voce e chitarra, Liviano Mos dituttounpo', Francesco Candura basso, Diego Dal Bon batteria, Guido Giorgi tastiera. Sperimentali e casinisti, hanno eccitato tutti con Take my hand, Electric princess… Ma quanto gli piace Syd Barret ai Jennifer Gentle? Nelle loro facce mentre suonano vedi vinili rosa e vecchie registrazioni uscite fuori dagli anni '30. Sudano come mai, si muovono e si guardano ogni volta che cambia il ritmo. Quando finiscono siamo cotti a puntino, pronti per il live dei Verdena.

«One, two, three, four!», si comincia. Ho una fissa è la prima. Le luci sono fredde, noi no. Blu, bianco, gli urletti di Alberto ci tirano dentro Endkadenz ma sono familiari, davanti a noi i fratelli Ferrari e Roberta Sammarelli sono disposti come ad ogni concerti, sembrano ognuno rientrare in un compartimento stagno, separati ma uniti. Suonano insieme dal ’97, si guardano di tanto in tanto, si capiscono, sorridono. Un po’ esageri, Sci Desertico. Siamo tutti imperlati di sudore, tutti in jeans e maglietta, tutti con le mani alzate. Siamo in troppi, il sold out c’è costato parecchio: alzi il tuo smartphone per qualche foto e due su tre ti sbiadiscono davanti ché il tipo accanto a te si muove a tempo e ti becchi le sue gomitate. Ci sono anche dei tentativi di pogo forsennato quando parte Loniterp, la prima in scaletta che taglia il nastro di Wow, e le altre entrano in punta di piedi: Le scarpe volanti, Attonito, Lui gareggia, ed esplodono in un crescendo, ”irradiami” urlato al microfono. Ci manca l’aria, sbuffiamo, il microfono si spegne improvvisamente ma Alberto continua, «voce, voce». L’Alberto Ferrari maniaco della precisione che vuol fare quadrare tutti i pezzetti del puzzle in un unico grande disegno e che ha dato di matto al concerto al Demodè di Modugno, sembra essersi rassegnato. Sorride, ci ringrazia, e Roberta lo segue, subito dopo, «grazie». Di poche parole lo sono sempre stati, e poi, quando hai davanti a te l’oscurità e le facce ora bianche, ora blu, ora rosse, di centinaia di persone, quando hai la scaletta fresca in testa e le dita calde sulla tastiera della chitarra, lasci la parola alla musica. Derek diventa la lama che affetta la scaletta e ci fa vibrare le note addosso: ci aspettano Starless, Lui gareggia e Canos. Chitarre a là Sonic Youth, stile caratterizzato con un solo nome: Verdena. Chiediamo Il Gulliver a gran voce, Roberta muove la testa, ci fa cenno di no. Qualcuno vicino a lei le urla altri titoli da sotto al palco, «eh no, queste non le conosciamo…», e sorride. Chissà cosa le avranno chiesto, penso. Di sicuro Valvonauta. Trita e ritrita, è un pezzo di liceo per tutti, profuma d’adolescenza e voglia di fare, ma non brilla per originalità. Eppure, la conosciamo tutta a memoria. 

Ed eccola lì, riarrangiata, meno adolescenziale. Alberto sbaglia il testo, e anche se non mi viene mi viene dolce, dice, ma non si sente nemmeno: le nostre labbra si muovono tutte sulle stesse parole, siamo il Coro dell’Antoniano più cresciuto, ché a quattordici anni con Valvonauta nelle cuffie ci sentivamo rebel rebel, ed eravamo già tutto un programma. Il live è incandescente, così come l’aria che respiriamo. E Rilievo diventa perfetta descrizione, perfetta istantanea di quello che sta succedendo: Anima in pena, sudi davvero. Mentre canta Alberto alza la mano e ci mostra il pollice in su, sudiamo tutti davvero. È una sorpresa e una riscoperta Nuova Luce, che arriva da Wow e ammorbidisce ogni sensazione, ogni nota distorta, e anticipa Luna. La sentivo intonare da qualcuno già in fila, prima di entrare, Luna, mentre io mi lamentavo per quanto sembrasse un coro da stadio, sperando non la inserissero in scaletta, ché non è la mia preferita e “hanno fatto di meglio”. Esattamente a metà concerto salta fuori Trovami un modo semplice per uscirne. Quella perla in mezzo al fiume in pena di Requiem. Ed è Valium dentro a un bicchiere d’acqua, è occhi chiusi e corpi che ondeggiano. Quindi Luna in scaletta gliela perdòno. E ho già perdonato pure i fan che conoscono a memoria Endkadenz ma che si guardano con espressioni interrogative quando sentono Starless e la chitarra acustica che quasi si ferma (Come puoi vivere a testa in giù?) in Trovami un modo semplice per uscirne. E anche quelli che «io Endkadenz non l’ho ancora ascoltato eh». Ché stasera siamo un pubblico variegato. Vedo Clarks e barbe lunghe, giubbotti in pelle e borchie, ventenni e trentenni.

Di sicuro c’è ancora chi li chiama “i Nirvana italiani”. Per fortuna c’è già chi ha capito che sono i Verdena. Italiani sì, sembrano muoversi fra Beatles, Love, Melvins, Smashing Pumpkins. Ma fanno giri (di chitarra) e poi ritornano, in un andirivieni che li rende sempre nuovi, imprevedibili. Chiudono con Funeralus, e sono divini. Forse poco concentrati per via dei problemi tecnici che si sono presentati durante il live, ma niente panico. Stasera sai che c'è? Viene giù l'immenso.

ASCOLTA L'INTERVISTA A ROBERTA SAMMARELLI