Mi piace ergo sum

di Roberto Sammito

Ho tanti mi piace quindi esisto. Cosa siamo disposti a fare per 15 secondi di fama? A questa domanda ha risposto Loredana Lipperini nel libro Morti di fama. Abbiamo incontrato la giornalista e conduttrice di Radio 3 durante il festival A tutto volume, con lei abbiamo fatto un viaggio nel lato oscuro del nostro rapporto con Internet

I 15 minuti di celebrità di Andy Warhol si sono ristretti, sono diventati pochi secondi. La fama di qualche decennio fa si è trasformata in micronotorietà: effimera e molto breve. Nonostante possa sembrare un fenomeno recente e legato alle nuove tecnologie, le radici di questa ricerca della celebrità affondano nell'animo umano. «Ho indagato questo fenomeno, insieme Giovanni Arduino», ci racconta Loredana Lipperini. «Siamo partiti da lontano, da una trasmissione radio andata in onda su Radio Radicale negli anni '80. Avvenne che la radio era a corto di fondi e decise di lasciare aperta la segreteria telefonica e di mandare in onda tutti i messaggi sperando di ricevere messaggi di solidarietà ma arrivarono solo insulti impressionanti. Ci siamo chiesti perché, ci siamo risposti che odiare e manifestare l'odio pubblicamente è una forma di microfama antica», spiega la giornalista.

In Morti di Fama gli autori, attenti frequentatori e osservatori del web, attingendo da una massa imponente di dati e interviste, raccontano quanto sia mutato il significato della fama. E sottolineano con stile arguto e provocatorio come siano stati stravolti il concetto di identità e il nostro modo di confrontarci con gli altri: da penso dunque sono a ho tanti mi piace quindi esisto. «Il nostro libro non si occupa soltanto della rete, come si potrebbe pensare. Ovviamente molta attenzione è rivolta ai social network che altro non fanno che amplificare una condizione preesistente ovvero la ricerca della micro fama a tutti i costi».

In ogni momento miliardi di utenti documentano, condividono, amplificano e pubblicizzano ogni istante della loro vita e delle loro attività. Tentano in tutti i modi di ricevere approvazione, di stare sotto un qualche riflettore. Ma non c'è rimedio? «I social network ci hanno abituato a non avere coscienza dei limiti, a non sentirci responsabili delle parole dette in pubblico. Questo vale per i ragazzini dodicenni e per i politici che spesso non si prendono la responsabilità di quello che scrivono e twittano. Bisogna cominciare a prendere coscienza dei limiti, i propri e quelli altri», conclude Lipperini.


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