Mario Del Pero: «Indubbiamente questa Amministrazione ha un problema di credibilità»

di Mauro Gemma

Dalle ultime sul Russiagate al ritiro dal Trattato INF, dall'accordo con i Talebani alla corsa Dem alle presidenziali 2020, senza dimenticare che sul Venezuela «tutte le opzioni sono sul tavolo».

Uno spazio a stelle e strisce con uno dei principali americanisti italiani

I rapporti con la Russia, le trattative con i Talebani, le elezioni del prossimo anno e le “spinte” sul Venezuela.

Da quando hanno abbandonato la Dottrina Monroe gli USA non sono più tornati indietro: nel bene e nel male il loro protagonismo geopolitico ha lasciato il segno in ogni parte del mondo.

Questi ultimi anni però sono particolari; se non per il fatto che il Sudamerica ribolle, se non per il fatto che le tensioni in Medio Oriente sembrano risvegliarsi (si erano mai sopite?), se non per il fatto che alcune potenze regionali - Turchia in primis – sembrano voler espandere la loro sfera d’influenza, un elemento principe sta catalizzando l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale su Washington: il fattore Trump.

Lo sapevamo, il personaggio era perlomeno particolare, bizzarro. Uomo d’affari di primissimo piano, ricco imprenditore della New York da bere, l’ex democratico, ex repubblicano, ex riformista, ex democratico, ex repubblicano, ex indipendente e poi di nuovo repubblicano tycoon si era affacciato sulla politica che conta con lo slogan Make America Great Again.

E se dopo più di un anno dalla vittoria alle presidenziali i dati economici sembrano dargli ragione (qualcuno però dice che per non far crescere gli Stati Uniti ci si deve mettere d’impegno e che quindi non è che sia solo merito suo e della sua strategia dei dazi), sembra che altri fronti siano invece un po’ più problematici, complicati.

Con il professor Mario Del Pero – uno dei più importanti americanisti italiani – abbiamo provato a delineare ciò che dell’Amministrazione Trump risulta più fumoso, problematico, incompiuto.

L’abbandono del Trattato INF sui missili di medio raggio «in realtà è un atto dal forte valore simbolico e politico di conseguenza, più che strategico» perché ci dice che «questa Amministrazione vuole riappropriarsi della sovranità perduta».

E queste mosse sembrano suffragate dal tasso di approvazione sull’operato del Presidente, che resta molto stabile, visto che «non va sopra il 40/42%, ma non va sotto il 38/40%». Questo – continua Del Pero - vuol dire che «Trump è impopolare, Trump è un presidente debole, ma c’è uno zoccolo duro d’America – minoritario, ma affatto marginale – che il presidente sembra disposto a sostenerlo sempre, comunque, ovunque. E Trump ha assoluto bisogno di preservare questo consenso».

Mentre sul lavoro di Mueller «quello che questa indagine mostra, a prescindere o meno dalla capacità dell’indagine di implicare anche il Presidente, è quale torbido, torbidissimo sottobosco abbia operato in questi anni dentro un pezzo di Partito Repubblicano e poi dentro quel pezzo di Partito Repubblicano che ha facilitato l’ascesa di Trump e la sua conquista della presidenza».

Sul Venezuela a Del Pero «sembra evidente che Guaidò abbia operato anche avendo ricevuto assicurazioni o spinte statunitensi. Mi sembra visibile […] ma se enfatizziamo questo, temo che finiamo per dimenticare le matrici fondamentalmente endogene, venezuelane, latino-americane della crisi venezuelana e della tragedia che il Paese sta vivendo ormai da alcuni anni». «La preoccupazione – continua – è che gli Stati Uniti possano ‘forzare la mano’, che ripropongano politiche in stile anni ’80, che è l’ultima cosa di cui ha bisogno la comunità internazionale oggi per gestire la crisi in Venezuela».

Andando in Afghanistan Del Pero pensa che tramite l’accordo con i Talebani «gli Stati Uniti stanno cercando una via d’uscita che garantisca un minimo di stabilità e ordine in Afghanistan».

Concludendo con una riflessione sulle presidenziali del novembre 2020 dice che è molto difficile che qualcuno tra i Repubblicani possa sfidare il Presidente, mentre «il caos è dentro il Partito Democratico; che può essere un caos costruttivo e benefico laddove la presenza di così tanti candidati aiuta a far emergere un candidato forte, di rottura, credibile. Può essere pericoloso questo caos laddove acuisce fratture interne e divisioni che sono molto forti».

Per finire il professor Del Pero ci tiene a sottolineare lo slittamento a sinistra dei Dem americani: «È un Partito Democratico che si sposta a sinistra su temi sociali forti (come la Sanità e altri), è un partito dove un certo lascito obamian-clintoniano diventa meno centrale, meno importante».