La reclusione a vita tende comunque alla rieducazione?

di Mauro Gemma

È questa la domanda che ci siamo posti, leggendo l'articolo 27 della nostra Costituzione e provando a guardare da vicino la vicenda di Cesare Battisti. A guidare la riflessione il professor Fabrizio Siracusano, docente di Diritto Penitenziario e Diritto dell'esecuzione penale

Costituzione della Repubblica Italiana – Art. 27

La responsabilità penale è personale.

L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato [cfr. art. 13 c. 4].

Non è ammessa la pena di morte.


Può essere rieducativa una pena senza fine? Il cosiddetto «fine pena mai» lede il senso di umanità del condannato? La pena dell’ergastolo – per di più ostativo – tende alla rieducazione del detenuto?

È il “ritorno” in Italia di Cesare Battisti – ex Proletari Armati per il Comunismo – a darci lo spunto per la conversazione con il professor Fabrizio Siracusano (docente di Diritto Penitenziario e Diritto dell'esecuzione penale del nostro Ateneo).

Il tema è certamente complicato e sarebbe stato impossibile sbrogliare questa matassa nel breve spazio di un’intervista radiofonica. Ma come spesso accade l’attenzione dell’opinione pubblica su una questione si risveglia quando al centro dell’attenzione in questo senso si trova un personaggio noto, cosa che di conseguenza produce una riflessione su scala più larga.

Capiamo dai primi minuti di conversazione quanto è poco probabile che l’ergastolo ostativo sia legittimo nel caso di Battisti, e questo per una questione di pura logica.

Infatti una delle condizioni per far decadere il «carattere ostativo» dell’ergastolo è la collaborazione con gli inquirenti. Inquirenti che però in questo caso hanno già chiuso e concluso il lavoro sulle stragi dei PAC e sul sangue di quella stagione storica. Sembra quindi che – anche volendo – il condannato non possa neanche provare a “liberarsi” dall’ostatività del suo ergastolo, perché mancherebbe la ‘via da percorrere’ in questo senso.

Pur tenendo a mente la generalità del diritto - chiediamo allo studioso, toccando un altro punto della questione – dal punto di vista della filosofia del diritto la condanna per un omicidio di questo tipo (omicidio terroristico legato a motivazioni politiche) è uguale nell’espiazione della pena a un omicidio “normale”? La cosa pesa allo stesso modo o c’è qualche differenza filosofica tra le due cose?

«Si tratta di scelte di politica criminale» ci dice il docente. «Il legislatore ha fatto negli anni delle scelte individuando categorie di delitti rispetto alle quali ha ritenuto di fissare dei limiti preclusivi più rigidi». Il legislatore, continua Siracusano, ha continuato sulle orme della riforma penitenziaria del 1975 e del 1986, che voleva «fare della fase dell’esecuzione della pena lo strumento attraverso il quale non più si gestiva il ‘buon detenuto’, ma si cercava di plasmare il ‘buon cittadino’».

A cavallo tra gli ’80 e i ’90 quindi il Parlamento irrigidì questo sistema, ponendo delle preclusioni e “dedicando” un trattamento simile a mafiosi e terroristi (anche politici). «Al di là della matrice ideologica che poteva contraddistinguere quel tipo di scelta criminale, con una scelta che aveva anche l’obiettivo general-preventivo (cioè paventando risposte sanzionatorie più severe anche sotto il profilo del trattamento nella fase dell’esecuzione penale) il legislatore intendeva dissuadere il possibile terrorista dal realizzare condotte criminali. E questa capacità dissuasiva si realizzava ponendo degli ostacoli all’accesso ai benefici penitenziari».

Questo non limita almeno in parte la funzione rieducativa della pena? «È evidente che se io pongo un freno, un limite alla concedibilità di quegli strumenti che sostanzialmente hanno lo scopo di rendere più agevole, favorire, accelerare l’opera di reinserimento sociale del detenuto, al contempo non faccio altro che incidere anche sulla capacità persuasiva del soggetto di commettere reati».

Secondo il professor Siracusano sono state quindi introdotte delle forme di neutralizzazione dell’aspettativa rieducativa che il condannato poteva avere.

La questione nella sua totalità, ne siamo coscienti, è molto delicata. Da una parte la deterrenza, dall’altra il perseguire comunque la giustezza e l’umanità di una pena; da una parte i boss terrorizzati dal carcere a vita (e che spesso hanno collaborato anche solo per ottenere i benefici di pena), dall’altra il “favore” che gli si potrebbe fare se - per una questione filosofica ed etica – in futuro si dovesse abolire l’ergastolo ostativo.

La questione resta aperta, così come apertissimo è il dibattito tra le due scuole di pensiero che animano la discussione tra i giuristi italiani e non solo.

Una di queste voci autorevoli oggi l’abbiamo sentita. Può dunque essere rieducativa una pena senza fine? 

Il professor Fabrizio Siracusano pare avere più di qualche dubbio.