Soldi sporchi

di Enrico Di Grazia

«In Italia pensiamo che sicurezza sia dare la caccia allo straniero quando c’è una rapina in una villetta ma dimentichiamo che galleggiamo in un mare di sommerso che vizia il mercato», descrive così il rapporto tra criminalità e economia il giornalista palermitano Enrico Bellavia. La terza puntata di La mafia è un fatto umano entra dentro le dinamiche di mercato e spiega come le mafie lo alterano rendendo impossibile una leale concorrenza

La mafia immette ogni anno nel nostro circuito finanziario 170 miliardi di denaro insanguinato proveniente da narcotraffico, estorsione, prostituzione e contraffazione. «C’è chi crede che il riciclaggio di denaro sia un passaggio ineludibile della nostra economia e che dunque vada ignorata, non rendendosi conto di come questo fenomeno violi il principio base della libera concorrenza», spiega Enrico Bellavia, giornalista di Repubblica e autore, assieme all'ex procuratore antimafia Pietro Grasso, di Soldi sporchi. Intervenuto durante l'ultima puntata di La mafia è un fatto umano, il giornalista segnala come «alla lunga le più floride catene commerciali, che in Sicilia spesso e volentieri sono finanziate dalla criminalità organizzata, crollano lasciandosi dietro migliaia di licenziamenti».

I canali più fertili per ripulire il denaro vanno dal rilevamento di aziende in crisi alle banche. «Ci sono molti istituti di credito – ha detto il politico e giornalista Claudio Fava – specialmente di periferia, che sono disposti a chiudere un occhio di fronte alle ricchezze di dubbia provenienza. Le soluzioni al problema passano dalla riforma della giustizia, e fortunatamente il ministro della Giustizia Andrea Orlando sembra essere favorevole alla reintroduzione dei reati di auto-riciclaggio e falso in bilancio». «Il nostro – aggiunge Enrico Bellavia – è un sistema di anti-riciclaggio ingenuo. L’allarme scatta quando il bancario si accorge di un’operazione sospetta, ma non si può addossare l’onere della segnalazione al singolo impiegato, perché la maggior parte delle volte, vuoi per connivenza o per semplice quieto vivere, questa segnalazione non arriva».

Nell’ultimo decennio la mafia ha messo in circolo montagne di soldi sporchi grazie alle slot che, «a Catania come in Sicilia (dove si sperpera un miliardo all’anno nel gioco d’azzardo, ndr), proliferano anche in zone vicine a scuole e università frequentate dai giovani, i soggetti più a rischio». A spiegarlo è Giuseppe Vinci di Libera, tra i coordinatori regionali della campagna contro il gioco d’azzardo Mettiamoci in gioco. «E’ facile riciclare denaro grazie alle sale gioco – prosegue – sia per le giocate sottobanco, sia perché non c’è alcun controllo centralizzato da parte dello Stato su queste sale sulle quali speculano in tutta Italia una cinquantina di clan mafiosi. E sempre lo Stato ha un’altra grave colpa. Fino al ’92 si poteva giocare solo nei casinò, ma dopo aver visto un aumento delle entrate grazie a lotterie e gratta e vinci, si sono spalancate le porte delle sale gioco. Gli introiti sono di 8,5 miliardi l’anno, ma 6 miliardi vengono spesi per il recupero sociale dei soggetti affetti dalle patologie legate al gioco d’azzardo. E’ proprio il caso di dire che il gioco non vale la candela».