Guardati dalla mia fame: «Un pezzo di storia che nessuno conosce»

di Roberto Sammito

Milena Agus, scrittrice bestseller tradotta in oltre venti lingue, e Luciana Castellina, figura esemplare della politica italiana, raccontano una sanguinosa vicenda del secondo dopoguerra italiano. Guardati dalla mia fame racconta un efferato delitto narrato da due voci contrapposte che entrano nella pelle della vittima e dell’aggressore

Il 6 marzo 1946, ad Andria, piccola città della Puglia, in occasione di un comizio del sindacalista Giuseppe Di Vittorio, due donne della nobiltà locale vengono rabbiosamente uccise dai braccianti disperati. Milena Agus e Luciana Castellina entrano nei fatti, ciascuna con la propria passione, la propria ragione. Milena Agus penetra nel palazzo delle sorelle Porro, ricche zitelle ignare, e le ricrea con la sua smagliante e amorosa immaginazione. «Erano quattro vecchie zitelle inconsapevoli, pensavano che dire il rosario tutto il giorno bastava per essere buoni. Non si accorgevano che intorno a loro la gente moriva di fame. I bambini morivano di fame e malattie», ci racconta Luciana Castellina intervistata a margine del festival A tutto volume.

Il libro è curioso, è scritto a due mani da due scrittrici molto diverse, «ci chiamano la strana coppia», confida la scrittrice. Se da un lato, Milena Agus immagina e interpreta le quattro sorelle, Luciana Castellina ricostruisce la vicenda e le circostanze che fecero di un gruppo di braccianti e delle loro donne dei feroci assassini. «Io ho fatto la ricostruzione del contesto storico, cioè di un pezzo di storia d'Italia che nessun conosce. Dal '43 al '49, nel nostro paese c'è stata una vera guerra civile. Questa vicenda non è nemmeno un caso isolato. Una cosa simile a quella che abbiamo raccontato la si ritrova in una novella di Giovanni Verga, Libertà. Lo scrittore siciliano racconta i fatti di Bronte, un assoluto parallelo a distanza di cento anni», spiega la Castellina.
Nel libro la Sicilia torna anche con le sembianze di Maria Occhipinti: «una donna di Ragusa che nello stesso periodo storico, nel dopoguerra, si oppone al reclutamento forzato».


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